Per giorni avevo osservato gli umori del mare.
Era turbinoso e incalzante. L’onda trasudava gocce d’acqua gelata nella sabbia umida dell’inverno interminabile. Stavo ore a riempirmi di vento e suoni marini fino a che, ebbra di freddo, mi allontanavo lentamente. Non pensavo mai al motivo che mi aveva spinto fino in quei luoghi così diversi dal fragore della città piemontese e dalle voci solite delle mie giornate. Erano stati tanti motivi. Soprattutto non volevo fingere un’armonia di intenti e di sentimenti che non mi apparteneva.
Avevo fatto tante cose in quei giorni di sopravvivenza pura. Avevo sbucciato le mie mele silenziosamente. Avevo ascoltato i suoni degli alberi affaticati dal freddo. Avevo camminato ore ed ore sulla sabbia difficile e straniera.
Avevo dedicato sprazzi divini della mia attenzione a conversazioni morbide e selvagge tra le dune abbandonate della spiaggia.
Ma più di tutto avevo inventato uno spazio potente e provvidenziale a cui non avevo mai dato un nome e neppure una giustificazione.
Allora il vento era calato d’incanto e i suoni e il fragore del mare aveva lasciato terreno fertile all’emozione e all’amore. Non avevo più pensato . Non avevo prestato attenzione che al movimento delle mani ed all’espressione dello sguardo leggero e quieto. Non sentivo alcun rumore se non il palpito del respiro modulato e scandito dal gesto e dal desiderio. Non cercavo che il calore della pelle di fuoco per scaldare quella notte fredda.
Poi non c'è stato più nulla. Nulla.
Il mare ora è lontanissimo.
Il traffico delle auto m’ha preso tra l’asfalto e il fumo pesante del giorno. Non è rimasto neppure il tempo dei pensieri e l'indolenza del ricordo. Ho ritrovato il tono e l’argomento che struttura il mio vivere in questa città. E’ scomparsa la lentezza dei gesti e degli abbracci. Le conversazioni hanno significati di utilità e di progettualità.
E come fossi tirata da un elastico teso sono sempre più lontana da quel tempo lento e soave.