venerdì 20 febbraio 2009

IO NON RICORDO AFFATTO

Ho sequenze spezzate come di un film interrotto continuamente. Ora le dita delle mani , ora la pupilla grande e profonda, ora l'iride azzurro cangiante, ora il verde intenso dei grandi pini intorno.
Il vento di mare stillava tra la carne ed i vestiti. I suoni erano l' abbraccio muto e caldo sospeso nell'unico giorno insieme.
Non ho ricordi, ma i gesti e le immobilità si dilatano e abitano l'assenza dominante nei pensieri e nelle emozioni.
Allo stesso modo, come allora anticipavo il distacco della pelle dalle mie mani e dello sguardo dai tuoi occhi, ora arresto l'immagine sulla presenza perduta , ma viva e ardente.
Siamo fluidi confusi e colanti nel calore del gelo notturno, siamo, ora , corpi che intingono di umori feroci ed arroganti. ma il sonno non prevedeva un sogno senza tempo. Il tempo è tornato, dunque. ha spinto le intenzioni oltre il desiderio . Ha allontanato il ricordo. Per questo motivo io non ricordo affatto.
TI Sento, invece. Adesso.

giovedì 19 febbraio 2009

IL PERCORSO DEL NOSTRO VIAGGIO






"Credo che sarò costretto a rivedere il sartiame e le vele della mia barca se vorrò affrontare l’oceano, credo che dovrò salutare per sempre certe spiagge e le consuetudini da vecchio che esse mi prospettano."

Appena arrivata in spiaggia il mare mi si è avventato schiumoso come massa d'acqua incontrollabile.Per me, cittadina, educata al suono violento,ma compresso delle auto e delle voci nelle strade , quella percezione incontenibile di acqua e vento aveva fermato il mio passo. immobile e ansiosa ho guardato il mare. Per quanto avessi scelto l'incontro coll'onda azzurra e lo spazio intorno di sabbia e vento , io avevo paura.
Non ero io che potevo col sorriso tenue e il capo reclinato sul fianco poter governare l'abbraccio del freddo incalzante e l'abisso d'acqua vorticosa, non ero io, donna languida e mirevole, avvezza a controllare e scegliere e a proporre , non ero io che potevo reggere la mia esistenza sulla sabbia e in questo inverno nuovo per me. Decisivo.

Sei nuovo. Enzo . Come me. In questo oceano dello spirito profondo che siamo. . Non siamo noi a decidere il senso nè a muovere il desiderio. Noi possiamo sedurre le donne e gli uomini che si lasciano amare e sedurre. Che si lasciano prendere per averci. Che ci fanno l'amore per conservarci. Siamo apprendisti del viaggio da intraprendere e cambiare, da inventare , Siamo nuovi . Ora .
Possiamo scrivere. E noi sappiamo farlo bene. Possiamo dilatare la parola in tanti discorsi frondosi.
Noi vogliamo, scrivendo, che ci sia la possibilità almeno per un attimo di comunicare, che esista una pur piccola piccola enorme soddisfazione di raccontarsi una storia e vedersi porgere un bicchiere d’acqua; che ci sia , delicata e sfuggente, l’eventualità di sorridere incrociandosi nei viaggi condotti un po' per gioco e un po’ per non morire.

…Se quel che vedo non è esclusivamente un esercizio onirico io sono un uomo fortunato. E al di là delle utopie posso sorridere ad un ennesimo tentativo di scoperta perché se è vero che “acqua passata ‘un macina mulinu” è ancora più vero che “un jornu giudica all’autru e l’urtimu giudica a tutti”.
Ed io , malgrado la mia ritrosia a crederci, mi sento presa ed avvinta dalla tua speranza . Per questo scrivo.

Per questo ci dobbiamo adoperare per non indietreggiare al fragore dell'acqua che avanza.
Questa acqua è il nostro tempo. Sconosciuto per te e per me. Per quanto avremo vissuto finora, saremo comunque nuovi ed impreparati a questo rendez - vous con la linfa essenziale della nostra esistenza .


GLI AUTORI:

ANTONELLA SALERA E ENZO RICCOBONO

martedì 17 febbraio 2009

NON AVEVO PENSATO

Per giorni avevo osservato gli umori del mare.
Era turbinoso e incalzante. L’onda trasudava gocce d’acqua gelata nella sabbia umida dell’inverno interminabile.
Stavo ore a riempirmi di vento e suoni marini fino a che, ebbra di freddo, mi allontanavo lentamente. Non pensavo mai al motivo che mi aveva spinto fino in quei luoghi così diversi dal fragore della città piemontese e dalle voci solite delle mie giornate. Erano stati tanti motivi. Soprattutto non volevo fingere un’armonia di intenti e di sentimenti che non mi apparteneva.

Avevo fatto tante cose in quei giorni di sopravvivenza pura. Avevo sbucciato le mie mele silenziosamente. Avevo ascoltato i suoni degli alberi affaticati dal freddo. Avevo camminato ore ed ore sulla sabbia difficile e straniera.

Avevo dedicato sprazzi divini della mia attenzione a conversazioni morbide e selvagge tra le dune abbandonate della spiaggia.

Ma più di tutto avevo inventato uno spazio potente e provvidenziale a cui non avevo mai dato un nome e neppure una giustificazione.

Allora il vento era calato d’incanto e i suoni e il fragore del mare aveva lasciato terreno fertile all’emozione e all’amore. Non avevo più pensato . Non avevo prestato attenzione che al movimento delle mani ed all’espressione dello sguardo leggero e quieto. Non sentivo alcun rumore se non il palpito del respiro modulato e scandito dal gesto e dal desiderio. Non cercavo che il calore della pelle di fuoco per scaldare quella notte fredda.

Poi non c'è stato più nulla. Nulla.

Il mare ora è lontanissimo.

Il traffico delle auto m’ha preso tra l’asfalto e il fumo pesante del giorno. Non è rimasto neppure il tempo dei pensieri e l'indolenza del ricordo. Ho ritrovato il tono e l’argomento che struttura il mio vivere in questa città. E’ scomparsa la lentezza dei gesti e degli abbracci. Le conversazioni hanno significati di utilità e di progettualità.

E come fossi tirata da un elastico teso sono sempre più lontana da quel tempo lento e soave.

domenica 15 febbraio 2009

STORIA DI UN INCONTRO, DI UNA SEPARAZIONE E D'AMORE


Lei era entrata nella stanza fredda. Lei aveva guardato il letto. Era rimasto qualcosa tra le pieghe sbiadite e sgualcite delle lenzuola? era rimasto un segno che non potesse dissolversi nelle ore e nei minuti velocissimi?
No. Non c'era nessuna impronta che potesse sostenere quel tempo.
Ma già lo sapeva e non si meravigliava del silenzio e delle cose che intorno a lei rimanevano ordinate ed indifferenti alle domande ed ai bisogni.

Niente avrebbe fatto presupporre che c 'era stato calore e movimento denso nella stanza e nel ricordo.
Lei non voleva ricordare.
Non si consolava del richiamo di immagini riproposte con altri colori ed altre condizioni. Lei lo sapeva che nell'incontro c'è già scritto il suo epilogo. Che non ci sarebbe stato abbandono se non ci fosse stato un vincolo. Accoglieva la lacerazione come un requisito inevitabile e si ascoltava cantare la sua canzone melodiosa di amore e di morte . Questo era il tempo. Non le era stato concesso che di consumare in quell'attimo e il suo palpito ed il suo disegno. Già la sua genesi l'aveva previsto. Tutto s'era svolto e concluso. Non sta a noi umani riproporre il suono ed il tempo già compiuto. In ogni cosa vitale c'è all'interno della sua essenza profonda la sua risoluzione fatale. Ma questa certezza non leniva lo strazio del cuore e degli occhi.
Lei guardava .. guardava e guardava.
Non avrebbe trovato nulla di quello che c'era stato.
Ma mentre guardava e guardava ed ancora guardava il letto, il tavolo, ed i resti sciolti delle candele viola, s'accorse che non era la questione di ritrovare un ricordo od un 'immagine precisa dei gesti e della passione. Invece sapeva che ciò che era avvenuto s'era trasformato in sostanza e nutrimento per i giorni a venire.
E questo per lei fu un pensiero dolcissimo.