domenica 8 febbraio 2009

QUI


Qui . Proprio qui, ricordo perfettamente. Appena ho visto la fontana mi sono ricordata.
Ma è poco corretto parlare di ricordo perchè era più di un ricordo, si trattava di una sensazione d'essere a 10 anni sui gradini di mattoni rossi.

Qui.
Proprio qui. Seduta, vestita di bianco. Mangiavo un cono gelato. M'ero accomodata appoggiando il gomito nel sostegno più alto.
Mio padre mi aveva scattato delle foto. La certezza d' essere stata in quel punto , la verità inconfutabile di essere persona diversa ma uguale a quei gomiti posati , a quelle gambe appoggiate tra i cotti rossi ed il giardino, mi dava una sofferenza indicibile. Ho sentito, che le mie riflessioni, benchè oziose e spassionate, nascondevano una impressione viva: io stavo visitando una tomba . Cercavo tra i ciotoli rossi e levigati perfettamente, io cercavo una traccia di ciò che ero stata o peggio ancora un segno di quello che avrei potuto essere che non sono stata , avendo le braccia e l'essenza della bimba che ero, oramai confusa tra ciò che ho l'impressione di rappresentare e il volto beato di ieri.

Mi sono seduta ed ho riso . Ho detto ( e il tono avrebbe potuto apparire a Enz0, un tono borghese) : " scattatemi una foto come allora " Ma non ho creduto neppure per un attimo di riproporre e il sentimento e lo scheletro di quello che potevo mai essere stata.

Tutto era finito.

Il luogo così sano e rigoglioso di mattoni ed acqua e sole non era il mio luogo. Non lo sarebbe più stato, ma sarebbbe stato e lo era , qualcosa di più terribile cioè sarebbe stato la traccia del mio epilogo inevitabile. Quel che mi era stato svelato, guardando la fontana e guardando quello che avevo visto un tempo , era un qualcosa di palese ed insieme disperante: il fatto d'essere allora come ora una cosa passata. E di continuare ad esserlo ad ogni passo ed ad ogni respiro. Incontenibile pensiero. ed incondivisibile.

Intanto il sole vibrava intorno e io mi allontanavo senza voltarmi

sabato 7 febbraio 2009

giovedì 5 febbraio 2009

GLI ANNI EROICI

Lei era salita sull'auto. Aveva messo la cintura Aveva acceso il lettore con la sua musica.
Era il primo pomeriggio di un giorno di febbraio. Aveva imboccato il viale che attraversava la pineta, una macchia di verde scuro tra il sentiero d'asfalto. L'aria era leggera ed il sole si infilava tenue tra le fronde dei pini e la boscaglia.
Era presto e lei guidava senza fretta sfaccendatamente.
Spesso lei ritornava in questi luoghi .
Ritrovarsi tra quei colori familiari e la lunga pianura maremmana la rasserenava tutte le volte. Erano sue le strade e le lunghe pianure gialle e verdi distese intorno alla strada fin che poteva guardare.
Il senso di quei luoghi scorreva col sangue come forza purificatrice.
Lei chi era?

Aveva messo da parte l'idea di se' stessa e dei ruoli e delle abitudini consuete e delle immagini di superficie di cui era costituita. Da un po' di tempo lei si faceva spazio tra le pieghe di questa Antonella ( se pur presente e dominante ) e come spettatore di fiera si addentrava tra i cunicoli profondi del suo spirito per arrivare al nucleo cavernoso ed essenziale di sè. Per arrivare a quella parte che, liberata da strati di strutture e di vincoli, fosse autentica e rivelatrice del proprio esistere puro.

Per questo non voleva parlare di ciò che la indaffarava in tutti quei suoi giorni scanditi dalle regole ordinarie . Non sarebbe stata lei, non sarebbe stata lì , in quel luogo, con quel desiderio, con quell'attesa. Probabilmente, (e questo la faceva sorridere malignamente, ) probabilmente sarebbe stata a disquisire su un intervento da adottare per un servizio pubblico o avrebbe discusso dicendo: " io ... io " avrebbe preso caffè veloci nei bar del paese. Avrebbe camminato nelle vie del centro e nella Piazza polverosa. Forse avrebbe ascoltato l'ex marito, senza rispondere e senza comprendere. Avrebbe taciuto il dubbio, avrebbe atteso il silenzio. Avrebbe detto: " Sì Sì ... Facciamo... facciamo..." avrebbe salutato trattenendo l'ansia e la solitudine. Avrebbe aspettato. Frenato. Avrebbe supplicato. Sperato. In silenzio. Avrebbe detto: " NO... no... "
Ma era andata via.

Anche in quel momento c'era silenzio. Il vento leggero attraversava il suo corpo passando dal finestrino dell'autovettura.

Il suo viaggio aveva scavato nel fondo del pozzo e portava alla luce nuovi bisogni. Nuovi movimenti. Aveva rivelato un nuovo gioco. Un gioco gioioso che non chiedeva altro che essere giocato. senza altra ragione che il gioco stesso.

C' era una coscienza ardente che chiedeva solo d'essere bruciata e consumata nell'attimo e nel desiderio. E per questo, per quanti dubbi avesse ancora e per quanto incomprensibile poteva apparire al mondo, lei aveva preso l'auto e stava attraversando la campagna toscana fino a Grosseto. .

martedì 3 febbraio 2009

LA COSA

Ti rendi presto conto di avere una specie di posizione. Credi che sia privilegiata . Pensi quasi di essere l' unica. All'inizio sei convinta che tramite la cosa tu possa ottenere altre cose. Ti relazioni con gli altri sempre in funzione di quel che rappresenti per gli altri . ossia quel che porti con te, la tua immagine di donna, anzi di femmina.
In effetti molti ti fanno credere che potrebbe essere possibile, il capo piegato da un lato, il lieve sorriso. Molti ti chiedono questa cosa come se veramente fosse preziosa. Sei tu che possiedi la cosa e la puoi barattare. Oramai conosci a memoria il rito che accompagna il desiderio d'avere la cosa: lo sguardo, il movimento, il tono. Pensavi di poter avere altre cose in cambio, ma è una illusione. Certe volte ti diletti a vedere lo stesso tuo gioco giocato altrove e col pensiero anticipi le mosse e le piccole vittorie. Ma alla lunga ti sei stancata della cosa. Sei tentata , a volte ed anche a malincuore, come per porre fine alle sofferenze ed alle smanie della tenzone, di prendere la cosa , posarla sul tavolo e dire:" ok, prenditela: credimi, non vale granchè" e poi lasciaresti la stanza per cercare altre cose. Ma chissà cosa......

ndr : Non potendo pubblicare le foto della cosa ho pubblicato un 'altra cosa