giovedì 27 aprile 2017





giovedì 13 aprile 2017

QUEI GIORNI

In tutti questi anni, da quando ci siamo conosciuti  sono stata convinta che i nostri destini avrebbero proceduto all'unisono.
Da subito le nostre differenze ci costrinsero ad attriti anche violenti. Tu eri molto più grande di me e credevi che questo  fosse un motivo per considerarti più saggio. 
Abbiamo provato sulla nostra pelle che gli anni non aggiungono saggezza ma , invece , sottraggono energie e speranze. 

Ma non voglio nascondere il punto essenziale della mia sofferenza . 
Potrei scrivere su  quanto mi manchi e sulle  telefonate che non ci sono più tra di noi, le passeggiate e tutto questo nostro non comprenderci che ci univa alla fine in una comunione fatta di separazioni .

Potrei dire e  ci farei anche una bella figura dell'amore che mi univa a te come un motivo per vivere.  
ma basta.  Il motivo della mia sofferenza è ben altro. 
Ho spesso in mente i giorni in cui ti ho abbandonato.
 Quando i medici dopo per giorni averci cantato la canzone dell'ottimismo del " adesso ci siamo qua noi" invece si misero a dire candidamente e spudoratamente con lo stesso tono goliardico   : non possiamo fare niente " 
Non mi meravigliai, ma sentirlo dire è un colpo al cuore. 
  Lui non sapeva , perchè? ma diavolo! perchè non voleva sapere. 
Era scritto dai primi giorni , ed io da scolaretta della prima ora sapevo  da un pezzo. . Eppure  anche io mi cibavo della sua presenza per dirmi : ecco , è qua è vivo, dunque. Basta. E' vivo. 
E delle facce di grembiuli bianchi senza cuore non protestavo mai. 
ma poi era arrivato il giorno. 
Io giorno in cui hanno detto che loro non potevano fare nulla , neppure mentire  come avevano fatto finora, potevano. 
ed io,  cosa ho fatto io? 
Ho girato i tacchi e sono andata a casa. 
Non sono più tornata in ospedale. Ho atteso nel mio letto , nel mio capezzale . Ho atteso un miracolo. Ho atteso che morisse immaginando che morisse. Sapevo che moriva.
Soprattutto perchè non avrei avuto la forza di mentire come hanno fatto bene i camici bianchi.
Perchè la vita finisce prima , finisce quando ti dicono che non hai un futuro. ed allora persino il presente ti sembra una farsa. 

Oh non mi inganno.  So bene di non essere una vedova  piangente e che il mio dolore non è santo.  è soprattutto il  rimorso che dilania il mio respiro ogni volta che si muove nel mio petto silenziosamente e senza deciderlo mai.
 Ho abbandonato l'amico fraterno perchè mi stava abbandonando perchè il dolore è sempre " solo"  e la sofferenza non da spazio ad ampie camere e poi, perchè, diciamolo,  perchè siamo  tutti stronzi. 
Perchè la vita rifugge la morte il che è veramente ridicolo, alla fine. 

Cosa aggiungere. 



mercoledì 15 marzo 2017

CESARE : MARTIN MYSTERE IL PANE QUOTIDIANO E TUTTO IL RESTO CHE C'E' DI TE






non voglio lasciarlo andare via senza raccontare che persona indispensabile è stata  Cesare per  quelli che hanno avuto l’occasione di incontrarlo.
E soprattutto per me. 

Io l’ho incontrato nei primi anni 70 . era un ragazzone con tanta barba nera. 
Era allegro.  Faceva tante battute spiritose. 
Era giovane . Adesso  ci vediamo tutti così ,  senza energia  e senza felicità, ma un tempo era diverso. 

Da allora è sempre stato per me una spiaggia su cui attraccare . 

Lui diventò l’amore della mia adolescenza  , una adolescenza interminabile. 
 Poi divenne  l’amico più caro . Quello appunto dove rifugiarsi dopo la tempesta . E ce ne sono state tante di tumulti di acqua e sabbia . tanti errori e sfaceli. 
 Non giudicava mai.  
Lui diventò lo zio, come lo chiamavo per ridere quando camminavamo per le vie del centro e lui si girava a destra ed a sinistra a guardare le ragazze    Poi  è diventato  anche il mio terzo figlio  quello più grande ma anche più refrattario ai consigli. ed ultimamente, in questi ultimissimi giorni era diventato  mio padre . Malato .debole. indifeso
Ma anche nella malattia devastante  e dolorosa Cesare non si lamentava mai. Stoicamente accettava la trasformazione maligna  del suo corpo senza una protesta , senza un lamento.
La sua speranza era di tornare a casa dove aveva lasciato sua  mamma. Il suo pensiero era di non dare dispiacere a sua mamma. La  sua vita è stata dedicata alla famiglia. A suo padre. A sua madre principalmente ed a suo fratello.  Per la sua famiglia ha rinunciato a viaggiare  cosa che le piaceva molto ed anche a crearsi una famiglia.
Durante un incidente di macchina mentre la croce rossa lo portava in ospedale il suo primo pensiero era quello di avvisare la mamma. Che non rimanesse sola.
Era un fanatico collezionista di fumetti. 
 Ha scritto un libro.  Il libro  intitolato" Martin Mystere segreti e mysteri in trent'anni di avventure"  di Cesare De Sarro. Cercatelo. Troverete la sua pignoleria , la sua minuziosità ordinata. La sua personalità puntigliosa. . La sua solitudine. Le sue amicizie 
La sua passione lo aveva spinto a scrivere un libro cronologico sulle pubblicazioni e le apparizioni di questo personaggio. Ma la sua eredità  non è sicuramente  solo in questo bel libro che ha scritto .
E' dentro di me nelle cose che ci dicevamo  in quello che in tutti questi anni abbiamo fatto insieme e  quanto mi ha aiutato nei miei periodi più bui. 
Un amico fraterno
Adesso siamo tutti soli senza di lui . Il mio smart non suona più con la sua faccia. E lo faceva tutti i giorni tanto da diventare il mio pane.

Come farò senza di te caro zio?


martedì 14 febbraio 2017

QUESTO PERCORSO DELLA VITA NON LO VOGLIO FARE





Siamo qui  quasi sfaccendati, inerti, impazienti davanti alla porta del medico .
Tu socchiudi gli occhi . Sei stanco. Anzi.
Sei malato.
Sei malatissimo.
Io mi alzo in piedi .  ho male alla schiena.
Mi appoggio al muro . Da qui vedo la tua testa
Era ieri.
 No,CHE DICO.. non era ieri .  era trenta anni fa.
Avevi i tuoi capelli neri e lucidi e folti .Avevi il barbone  degli anni 70. la tua testa piccola, i capelli radi.
Io scherzo. Ma poco e male.
La nostra passione di allora era  fatta di desiderio, odio,   e poi amicizia tiepida ma familiare concreta indistruttibile. Non ci furono più  baci.  pochi abbracci. ma vicini spesso. Fratelli di sangue e di vita comune.
Io lo so già , cosa capiterà oltre quella porta.
Lo so perchè ho letto tanto. Ho frugato su internet, ho immagazzinato dati, ho collegato elementi, ho tirato le somme .Da giorni.
 Sono esausta. Sono impaurita.
Ma siamo sempre noi. Io, con i capelli biondi da coiffeur,   ho smesso le gonne lunghe e pure quelle corte e quelle cortissime. ho smesso gli zoccoli e pure le scarpe tacco 12.
Siamo sempre noi , io in tuta felpata e le scarpe da ginnastica nere e tu, elegante per l'occasione,  in tinta verde marcio pantaloni e maglietta.
Tu chiudi gli occhi. Io vorrei porgerti la spalla.
QUESTO PERCORSO DELLA VITA NON LO VOGLIO FARE. Volevo fermarmi ai baci, alle corse  tra le onde del mare della tua Calabria ardente.
Volevo fermarmi alle liti , ai patimenti del cuore . Mi andava bene il procedere lento e confortante della nostra amicizia , del calore che ti da il conoscersi a fondo fino all'ultimo anelito di respiro .  ci stavo a vivere  il senso di fiducia  che il tuo sguardo mi rimandava. Perchè l'amicizia era stata tessuta  da anni confortevoli e magici. il  nostro incontrarsi era un perenne   affacciarsi all'adolescenza che ci aveva visti insieme .
Quando la porta si apre io divento tua madre. oppure tu, mio padre.
il passato viene stracciato in un attimo. entrambi vorremmo fuggire,ma tu sei ingabbiato dalla malattia ed io dalla vita che mi trattiene all'adolescente che eravamo.
Cominciamo la lotta, amico mio.