sabato 14 marzo 2009

C'ERA UNA VOLTA E ORA CHISSÀ

C’era una volta un uomo.
Aveva una barba, molto simile al figurino di Eugenio Scalfari che ogni tanto, in tv, appare per dare consigli.
Quest’uomo, però, aveva la barba per nascondersi. Per celare la sua vera identità.
Appariva come un signore di altri tempi.
Scriveva e discettava di ogni cosa – l’onnipotenza della sua penna lo portava a toccare gli abissi dell’inferno – si invaghiva di signore, scriveva giaculatorie in cui l’offesa era nascosta dalle parole che aveva appreso quando faceva il mastro carpentiere nell’officina dell’ignoranza.
La barba, l’unico elemento che portava con grande soddisfazione, era di colore bianco.
Non era per la saggezza, ma per la pochezza dei peli che crescevano e trovavano ostacoli insormontabili.
Ogni tanto – quando la sua grama esistenza lo lasciava solo in un luogo sconosciuto della penisola italiana – aveva il vezzo di interrompere i dialoghi degli altri a causa di quella frustrazione – mista a demenza – che lo paralizzava.
Pensate, egli passava le sue giornate per scovare – come un ladro – chi gli avesse rubato il gelato.
E dava la colpa a tutti. Accusava tutti di essere stati i cospiratori del grande furto.
Un giorno, quando un camminatore incrociò lo sguardo di una donna intelligente, egli si sentì ferito nell’orgoglio maschile – aveva più volte puntato lo sguardo lascivo e laido su di lei – e decise che il camminatore avrebbe dovuto essere accusato di ogni misfatto.
Bisogna precisare che l’uomo con la barba era molto malato: soffriva di crisi epilettiche, attacchi d’ansia, crisi di panico e di disturbi ossessivo compulsaivi (che sono meglio conosciuti come DOC, lui era, dunque, un uomo DOC!) che gli causavano turbe psichiche accompagnate da gravissimi periodi di depressione.
La solitudine e l’angoscia tormentavano l’uomo con la barba.
Per non sopperire a queste evidenti infermità psichiche era solito urlare –come fanno i venditori al mercato del pesce – che il mondo gli aveva teso un agguato.
Ovviamente, chi lo conosceva lo evitava con sommo disprezzo.
Chi lo incontrava – suo malgrado – pensava che fosse una persona normale.
Invece si rendeva subito conto che cercava anche lo scontro fisico – benché fosse debilitato e stanco – e sbraitava come un cane su una montagna di notte.
L’uomo con la barba era stato condannato dalla sua vita modesta a vivere delle vite altrui.
Lui, in questo modo, dava senso alla sua inutile esistenza.
Agli altri non restava altro che la pietà, la stessa che si ha per i nemici durante la guerra: avere compassione per quell’uomo così solo e frustrato a cui la vita aveva riservato un destino così beffardo, condannandolo a vivere la sua morte.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Credevo che questo fosse il blog di Antonella... se voglio leggere i messaggi di un altro blog vado da un'altra parte.

Antonella ha detto...

Ben caro, è ora il blog di Antonella e Del Viandante del linguaggio. Ci saranno i miei post anche nel blog del Viandante del Linguaggio. adoro il modo di scrivere del Viandante del Linguaggio e voglio dividere con chi legge questo blog il piacere di leggerlo.